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TRAPANI, SAFINA: “NON PARTECIPERO’ AL CONGRESSO DEL PD”. LA LETTERA APERTA

Carissimo direttore, chiedo a te di pubblicare questa mia riflessione perché molte volte, anche con idee diverse, ma sempre animati da grande passione, abbiamo discusso di politica e in diverse occasione le Tue parole mi sono state utili per comprendere alcuni eventi che hanno coinvolto le nostre comunità. E’ oramai da parecchi anni che non scrivo di politica, dunque Mi perdonerai se apparirò un po’ arrugginito. Ciò, invero, non è legato alla mia volontà ma è dovuto a quanto accaduto nel PD e nel centro sinistra più complessivamente inteso. Potrà apparire un paradosso ma è così: quando non ero un rappresentante delle istituzioni mi sentivo ed ero un dirigente politico, oggi – nonostante sia consigliere comunale nel capoluogo – avverto la mia esperienza come quella di un avvocato prestato alla politica. Questo non mi rende per nulla soddisfatto, poiché – per quanto non abbia mai avuto la spasmodica aspirazione a sedere in qualsivoglia assemblea elettiva – ho sempre ritenuto che in uno scranno avrei rappresentato un partito, una comunità, un sentimento ed un bagaglio di valori da difendere con intransigenza (in politica gli accordi sono possibili ma i valori non sono negoziabili). In questo momento non rappresento nulla di tutto ciò, sono solo un consigliere eletto per realizzare un programma elettorale condiviso che – permettimi la digressione – qualora venisse realizzato, come mi auguro, cambierà il volto della nostra Città. Ma non è di quello di cui voglio parlare. Il tema, per chi come me ha amato la politica più di ogni altra cosa (solo la mia famiglia ha avuto ed ha la stessa importanza anche se non di rado l’ho trascurata), non può che essere il congresso del Partito Democratico. In passato, quando si avvicinavano le scadenze congressuali, la mia preoccupazione principale era quella di leggere le diverse tesi, le opinioni dei leader nazionali, regionali e locali e ciò allo scopo di partecipare attivamente alla costruzione di un percorso politico condiviso. Nei Democratici di Sinistra, che nella nostra provincia ho avuto l’onore (solo quello, non avendo mai percepito quell’incarico come un onere) di rappresentare il congresso, dopo le vittorie, era l’occasione di rinsaldare il rapporto con la base e di contribuire alla costruzione dell’agenda di governo, all’indomani delle sconfitte, era il momento in cui si avviava – senza tentennamenti – una discussione su come non ripetere gli errori commessi e su come rilanciarsi nei territori (in uno di questi congressi fui eletto, giovanissimo segretario e ciò, contemporaneamente, avveniva anche per altri giovani compagni in circa 100 provincie Italiane. L’Espresso pubblicò un lungo reportage sulla scelta dei DS di rinnovare per intero e dal basso l’intera classe dirigente). E dopo una vittoria i DS, unitamente alla Margherita, decisero di fondare il PD, consapevoli che il Paese aveva bisogno di un moderno partito di centro – sinistra in grado di cogliere gli innumerevoli e rapidissimi mutamenti sociali ed economici. Quella stagione fu allo stesso tempo commovente (al congresso di Firenze non ricordo un delegato che alla conclusione dei lavori non piangesse) e affascinante: eravamo convinti che avremmo assicurato al Paese ed ai territori un radioso futuro, costruito attorno ad un moderno concetto di solidarietà. Purtroppo, così non è stato. Abbiamo tradito gli iniziali intenti, creando una macchina costruita solo attorno al suo leader, senza una vera identità collettiva. Con il passare dei giorni l’idea della comunità è divenuta sempre più sbiadita; il <<noi>> è quasi scomparso e l’<<io>> ha preso il sopravvento. Nonostante tutto ciò sia oramai palese a tutti coloro che costituiscono il gruppo dirigente del Partito Democratico, si è deciso di convocare un congresso con un unico tema all’ordine del giorno: chi dovrà guidarlo. Gli elettori ed i militanti si dissolvono come neve al sole ed il gruppo dirigente, invece di avviare una discussione su quali basi e identità rifondare il Partito, litigano su chi lo dovrà guidare. In questo momento sarebbe necessario avviare un campagna congressuale lunga, fatta di incontri, di riflessioni comuni, di condivisioni di esperienze e tutto ciò al fine di ricostruire un Partito in cui la solidarietà, la lotta all’emarginazione, la redistribuzione della ricchezza, i diritti civili, l’ambientalismo legato al fare costituiscano la base di partenza di ogni progetto di governo. Invece no, meglio coltivare ulteriormente le lotte intestine ed autoreferenziali. Per tali ragioni, Caro direttore, anche se manterrò la tessera del PD, se questo quadro non dovesse mutare, mettendo in campo a partire dai circoli congressi realmente partecipati ed aperti al contributi dei militanti vecchi e speriamo nuovi, non penso che parteciperò al Congresso. Oggi mi sento come un apolide, un uomo che ha perso l’amore della vita. Mi piacerebbe sentirmi nuovamente a casa, con la mia comunità, per poter affermare – ancora una volta che il <<noi>> è più affascinante dell’<<io>>. Per questo prego i miei amici ed i miei compagni, almeno quelli della nostra provincia, di modificare il percorso congressuale, per farlo divenire una lunga ed appassionante marcia verso il riscatto della sinistra nel nostro Paese.

Dario Safina

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